Il tracciatore non è, come alcuni ritengono, un semplice “creatore di percorsi". Il tracciatore è responsabile della lettura del territorio, della valorizzazione delle strutture geologiche, della sicurezza dei tentativi di salita.
Ogni linea selezionata comporta un processo di esplorazione e verifica sul campo, il tutto nel rispetto dell’ambiente e dell’identità del luogo.
Si tratta di un lavoro invisibile, spesso dato per scontato, eppure fondamentale: ciò che si vede (e si scala) è solo l’ultimo atto di una lunga e meticolosa sequenza di decisioni, intuizioni, correzioni.
Il sassismo di un tempo era fatto di visioni semplici, di mani nude sulla roccia e di una curiosità autentica verso il movimento. Non c’erano crash pad, gradi precisi o social network, c’era l’essenziale: la roccia, il gesto e il silenzio del bosco.
Oggi, quell’eredità vive ancora, trasformata forse, ma mi piace pensare sia intatta nello spirito.
Il Melloblocco raccoglie proprio questo: un legame tra passato e presente, tra chi saliva i sassi per intuizione e chi oggi li affronta con passione e consapevolezza.
Coloro che oggi ancora si arrampicano su quei massi, compiono inconsapevolmente un gesto antico.
Il sassismo di un tempo non è morto: vive in ogni linea tracciata con rispetto, in ogni salita silenziosa, in ogni caduta e ogni volta che ci rialziamo e riproviamo.
Non è un festival improvvisato, né un raduno estemporaneo: il Melloblocco rappresenta da vent’anni e continua ad essere un riferimento mondiale per l’arrampicata outdoor.
Un luogo di confronto internazionale, dove atleti, amatori, tecnici e curiosi convergono per vivere un’esperienza autentica, concreta e non spettacolarizzata, in diretto contatto con la roccia e il paesaggio della Val Masino.
Ridurre tutto questo a semplice “evento sportivo” non rende giustizia a chi, da anni, costruisce con serietà e fatica questa realtà, a chi si dedica alla pulizia di un blocco, a chi sposta il crash pad, a chi perde la pelle sulle dita per cercare di oltrepassare il proprio limite.
Questa non è solo una riflessione, ma un invito.
A guardare la montagna con occhi diversi.
A capire che arrampicare non è solo salire un blocco o raggiungere una cima, ma far parte di un ambiente che ha le sue regole, i suoi silenzi, la sua bellezza.
Ogni volta che ci muoviamo sulla roccia, lasciamo un segno.
Facciamo in modo che sia un segno leggero, consapevole, rispettoso.
Perché la montagna non è nostra.
Ci ospita, e tanto basta.